La “nostra filosofia” è quella di ricercare dei prodotti che siano autentici, veri e naturali, frutto di persone appassionate, di artisti.
In un mondo dove tutto è industriale e tecnologico, abbiamo deciso di mantenere le tradizioni, rispettando la storicità dell’Osteria, tutti i giorni con passione cerchiamo di regalare emozioni e sensazioni attraverso un piatto o un bicchiere di vino, offrendo un prodotto non convenzionale, unico, dietro il quale ci sono persone e non industrie che come noi tutti i giorni lavorano con passione.

Da qui il progetto di aprire la storica cantina dell’osteria come enoteca.
Importante attenzione va ai vini, rigorosamente naturali, prodotti da piccoli vignaioli.
La nostra scelta di offrire solo vini naturali è data dal fatto che la maggior parte dei vini attualmente prodotti nel mondo sono standardizzati, cioè ottenuti con tecniche agronomiche ed enologiche che mortificano l’impronta del vitigno, l’incidenza del territorio e la personalità del produttore.
La standardizzazione sta generando vini simili in ogni angolo del pianeta, appiattiti nei caratteri organolettici e incapaci di sfidare il tempo.
L’utilizzo della chimica nel vigneto e l’utilizzo dei lieviti selezionati in laboratorio sono le due cause principali di questa standardizzazione.
I grandi vini, i vini emozionanti, sono frutto di un lavoro agricolo ormai quasi scomparso e di una vinificazione la meno interventista possibile.
Il vigneto coltivato come un orto.

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Il manifesto dei produttori Triple A indica i criteri di selezione fondamentali che accomunano gli ultimi superstiti che producono vini degni di essere un mito come è sempre stato nella storia dell’uomo.

La lobby del vino industriale, tecnologico e non tecnico, ha utilizzato tutte le armi a sua disposizione per impedire questo rinascimento.
I vini Triple A sono dissetanti, producono convivialità, sono l’espressione suprema del savoir faire umano e simbolo tangibile delle forze d’amore che, partendo da un gesto agricolo positivo, arrivano a chiudere in una bottiglia il soffio del vento, la luce del sole, il respiro della terra, le migliaia, milioni di sentimenti e gesti che sono avvenuti in quel vigneto… E che, versata nel bicchiere, fa schioccare la lingua e brillare la pupilla.

“Il vino vero è lo stesso, oggi, di quello di mille o di duemila anni fa. Quello biblico, quello santo come il pane, non liquido da annusare e da sorseggiare. Il vino vero è una bevanda; anzi, la bevanda, fatta per la sete, da tracannarsi a garganella.
Non berrete a garganella un saint emilion o uno château lafite. Ma tracannerete a fiaschi e a boccali l’asprino, o il gragnano, o il vesuvio. I vini “preziosi” si bevono a sorsi: due dita sul consommé, mezzo bicchiere sul pesce, due dita sull’arrosto, una coppa sul dessert. Si ammira il colore e la trasparenza, si annusa soavemente il bouquet, si gusta il pétillant, si apprezza il tepore o la frescura del liquido topazio o del fluido rubino. Ma provatevi a berne, uno di questi vini di grande casato, nelle coppe di metallo che usavano gli antichi, o nelle caraffe di coccio, o nei bicchieroni di rozzo vetraccio dei nostri contadini, e una coppa sull’altra e un bicchiere sull’altro. Mi direte poi che cosa sarà accaduto al vostro stomaco, al vostro fegato e alla vostra testa.
Invece, sotto una pergola di Terzignano o di Boscotrecase, all’ombra corroborante del vulcano, potrete bere sui fichi appena spiccati dall’albero, sul prosciutto d’un porco negro e magro, e sui maccarune ‘e casa, tutto il vesuvio che vi piacerà: un vino che sente, non per modo di dire, di violette. Potrete bere, negli orti di Terra di Lavoro, sui peperoni imbottiti di maccheroni, l’asprino fresco ed allegro. Potrete bere, a Gragnano e a Castellammare, sulla “parmigiana di melanzane” o sugli “zita al ragù”, lo spumante gentile di Lèttere. Potrete bere a garganella, come vi dettano il giorno e la sete: ne trarrete allegria, sonno profondo e buona digestione. E un risveglio innocente.

Alberto Consiglio

Come per il vino anche per il cibo c’è un attenzione particolare, la maggior parte delle uova da noi utilizzate arrivano dall’allevamento di galline livornesi di Paolo Parisi, chiamato allevatore eretico perché nutre le sue galline anche con latte di capra, così come le uova anche una parte di salumi, il crudo e il cotto di Cinta Senese sono sempre firmati Parisi, una nota particolare per il Cotto, accosta un “Praga”, viene cotto a bassa temperatura direttamente in osso per evitare la perdita dei succhi. E’ una specie di benedizione divina.
Perché dopo averlo assaggiato si è pervasi da una strana, appagante sensazione di pace.
Il resto dei salumi arrivano da un’azienda familiare vicino a Lecco “Marco d’Oggiono” rigorosamente prodotti come vuole la tradizione in modo semplice e senza conservanti.
La carne equina è quella della storica Macelleria Pellegrini, una delle migliori macellerie equine d’Italia, per noi un punto di riferimento.
Il nostro pane è rigorosamente fatto da noi come le focacce, mentre burro e formaggi arrivano da piccoli caseifici del Lodigiano.